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Il Coronavirus spiegato ai bambini


I bambini, in questo momento, ma anche noi adulti abbiamo bisogno di fiducia e cercare di alimentare la speranza.

In tanti che ormai mi seguono da anni, sanno che una delle mie passioni è quello di scrivere e inventare storie per parlare ai bambini e ai genitori.

In questo periodo complicato, insieme alla mia cara amica e collega Amabilia Cordioli, psicoterapeuta dell'età evolutiva abbiamo voluto dare voce a questa storia attraverso questo video e anche un approfondimento per i genitori che potete scaricare qui sotto.

Scivetemi per condividere con me i vostri pensieri e come stanno vivendo i vostri bambini questa situazione.

Approfondimento a cura della D.ssa Amabilia Cordioli psicoterrapeuta dell'età evolutiva:

I bambini hanno bisogno di sapere con semplicità le cose della vita. Siamo noi genitori che possiamo aiutarli a trovare il senso di ciò che accade in questo momento e non solo. Prima però dobbiamo dare noi il giusto significato agli eventi. La malattia e la morte sono accadimenti della vita e vanno affrontate con coraggio e con la saggezza che l’esperienza ci porta. Può venirci in soccorso la nostra sensibilità e la capacità di mettersi nei panni del bambino chiedendosi: se io fossi in lui come vorrei che mi venisse spiegato questo fatto? Quando avviene qualcosa che crea in noi preoccupazione i bambini avvertono il nostro stato d’animo e iniziano a porsi delle domande, a formarsi delle idee, delle fantasie, sull’onda delle sensazioni di timore e di ansia, oppure di tranquillità dei genitori. Risulta allora necessario intervenire con delle spiegazioni vere, riconoscendo e legittimando le emozioni che gli eventi suscitano, al contempo occorre trasmettere fiducia nella capacità di saper trasformare i sentimenti dopo aver dato loro ascolto. Nel caso specifico possiamo dire ai bambini che i virus esistono da sempre e solo alcuni di loro quando entrano in un organismo possono farlo ammalare. Le malattie vengono curate perché ci sono delle persone che studiano come farlo. Capita però che alcuni virus non si conoscono bene e come accade ora, per questo virus, non abbiamo ancora la cura adeguata. E’ per il fatto che i virus si diffondono facilmente attraverso la vicinanza alle persone che hanno contratto la malattia che si è così preoccupati. Preoccupazione deriva dal latino “praeoccupare”, ovvero occuparsi prima, prevenire, mostrare cura e sollecitudine per un motivo o un fine e nasce dal fatto che quello che accade non è sotto il nostro controllo. Purtroppo nella nostra vita ci sono cose che non possiamo controllare, ma non per questo dobbiamo lasciarci prendere dallo sconforto. Occorre mettere in campo delle strategie di cura, ma anche di aiuto reciproco per evitare di diffondere il virus. Quali sono le strategie? Lavarsi bene le mani, buona regola che vale sempre, con o senza coronavirus. Stare lontani, mettersi le mascherine, non stare in luoghi affollati. I luoghi affollati sono i luoghi privilegiati di contagio. La storia ci insegna che da un evento negativo si può sempre imparare qualcosa. Prima di tutto riconoscere che ci sono persone che aiutano e curano. In questa emergenza sono i medici a prendersi cura, con dedizione e determinazione, di chi è ammalato e gli scienziati a trovare le cure. In altre emergenze sono i vigili del fuoco, la protezione civile, i volontari… I bambini, ma anche gli adulti, hanno bisogno di sapere che ci sono persone che agiscono per il bene comune. Raccontare la disponibilità e la premura di chi si predispone ad agire con passione, a volte con gratuità, aiuta a riconoscere dentro di sè sentimenti positivi quali la generosità e la solidarietà. In una società civile ognuno deve fare la sua parte, partendo dal rispetto delle regole di convivenza: se tutti insieme ci sosteniamo con senso civico le cose funzionano. Questa diventa allora una preziosa occasione per mostrare l’altruismo, la sensibilità, la responsabilità e il sentimento della comunità, per far capire ai bambini e ai ragazzi che la civiltà si costruisce sul rispetto delle regole di coesistenza sociale. Regole che se da un lato sembrano limitare la libertà e i desideri del singolo, dall’altro permettono di sostenere il bene di molti. Possiamo valorizzare questo tempo di permanenza a casa per stare finalmente insieme, senza fretta di fare, di correre, con ritmi più lenti. Invece di innervosirsi, annoiarsi, sentirsi inquieti perché non sappiamo stare in casa, possiamo incominciare a stare bene con i figli: parlare, disegnare e giocare insieme. Concordiamo con serenità tempi e spazi anche per stare da soli, in quella solitudine buona che permette di sentirsi bene con se stessi. Non diamo ai bambini il videogioco mentre noi stiamo incollati a qualche schermo per ore, possiamo anche leggere con loro, giocare con la fantasia, coinvolgerli nelle nostre attività. Diamo loro ascolto: cosa pensano? Cosa sognano? se guardiamo insieme un cartone o un film chiediamo come si sono sentiti, cosa è piaciuto e cosa no. E’ il tempo dello sguardo: i bambini piccoli vogliono essere guardati, te lo chiedono in tanti modi, quando ti mostrano un disegno, una creazione, un salto, quando ti dicono: “guardami”. I bambini hanno bisogno, dice Umberto Galimberti, di tempo-quantità, per essere riconosciuti passo dopo passo, perché il tempo è cura e solo se qualcuno ti guarda e ti riconosce puoi costruire la tua identità, perché l’identità è un fatto sociale. “I bambini crescono bene solo se si parla tanto con loro, non con una parola precettiva: fai questo, non fare quest’altro, ma con una parola curiosa che si intrattiene con loro per scoprire il perché delle loro ideazioni, delle congetture con cui creano lo schema del loro mondo, in cui noi siamo ospitati come compagni di viaggio nella scoperta del nuovo”. ( Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, ed. Feltrinelli, pag 142)

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